Analizzare la realtà attraverso i dati è essenziale, ma trasformare una statistica descrittiva in un giudizio sul valore delle persone rischia di deformare il confronto pubblico. È questa la tesi al centro della riflessione dedicata a Stefano Bonaccini e all’uso politico delle rilevazioni sul rapporto tra istruzione e orientamento elettorale.
I dati citati, attribuiti all’Istituto CISE, indicano una tendenza già osservata in diverse consultazioni: in media, gli elettori con livelli di istruzione più elevati mostrano una maggiore propensione verso il centrosinistra, mentre la scolarizzazione medio-bassa risulta più frequentemente associata al voto per il centrodestra. La rilevazione, tuttavia, descrive comportamenti aggregati e non può essere utilizzata per classificare singoli cittadini.
Il titolo di studio non misura il valore personale
Il punto contestato non riguarda quindi l’esistenza della statistica, ma l’interpretazione che può esserne data. Un titolo di studio certifica un percorso formativo e accademico, ma non stabilisce automaticamente il livello di intelligenza, l’onestà, l’empatia, il senso critico o l’integrità morale di chi lo possiede. Allo stesso modo, un percorso scolastico più breve non implica una minore capacità di comprendere la realtà o di compiere scelte consapevoli.
La riflessione sottolinea che la maturità umana e la capacità di giudizio non dipendono esclusivamente dai diplomi. Esistono persone laureate lontane dai problemi concreti e cittadini con una scolarizzazione limitata ma dotati di esperienza, senso pratico e sensibilità civica. Ridurre il voto a una contrapposizione tra istruiti e non istruiti significa ignorare le ragioni profonde che orientano le scelte politiche.
Il richiamo ai problemi del Paese
Tra i fattori richiamati ci sono l’insicurezza economica, le difficoltà delle periferie e il senso di abbandono vissuto da una parte della popolazione. In questo quadro, l’utilizzo dei dati come strumento per rivendicare una presunta superiorità culturale viene considerato divisivo e potenzialmente dannoso anche per il valore dell’istruzione, che dovrebbe favorire conoscenza e coscienza critica, non alimentare atteggiamenti di saccenza.
Secondo l’analisi, la formazione dovrebbe contribuire a costruire equilibri sociali, riconoscendo differenze e competenze senza trasformarle in gerarchie morali. La politica, invece di osservare gli elettori da una posizione di superiorità, dovrebbe ascoltarne le motivazioni e rispondere ai bisogni concreti della comunità.
La conclusione è una critica alla classe politica e intellettuale quando utilizza lo scontro ideologico per sostituire la comprensione dei problemi e l’elaborazione di soluzioni. La contrapposizione tra colti e incolti, sostiene il testo, finirebbe per nascondere l’assenza di risposte efficaci e per allontanare ulteriormente cittadini e istituzioni.