Storie d’integrazione

Nedal, dalle bombe di Amman alla nuova vita ad Arezzo

Il volume premiato ripercorre guerra, migrazione, legami affettivi e lavoro in Italia.

Nedal, dalle bombe di Amman alla nuova vita ad Arezzo

È un percorso segnato da guerre, frontiere, discriminazioni e incontri quello raccontato da Nedal Cini Al Zyod nel diario Clandestino. Una vita non prevista, vincitore del Premio Diari Saverio Tutino di Pieve Santo Stefano. Nato ad Amman nel 1966, Nedal ha trasformato la propria esperienza personale in una testimonianza sul difficile cammino verso l’appartenenza e sulla possibilità di costruire una nuova esistenza lontano dal Paese d’origine.

Dall’infanzia sotto le bombe all’arrivo in Italia

Il primo ricordo dell’infanzia è legato al rumore dei bombardamenti. Aveva quattro anni quando, nella capitale giordana, batteva le mani sul muro chiedendo ai genitori di fermare quel frastuono. Cresciuto nella periferia di Amman, a contatto con i figli dei profughi palestinesi arrivati dopo la guerra, imparò presto a misurarsi con differenze e somiglianze. Quelle relazioni, racconta, gli insegnarono il valore dell’incontro.

A diciannove anni una borsa di studio gli offrì la possibilità di lasciare la Giordania. La destinazione inizialmente più naturale sembrava l’America, ma Nedal scelse l’Italia, attratto dalla sua cultura e in particolare dall’opera di Michelangelo. A Perugia iniziò a studiare la lingua italiana e poi optometria. Furono anni complessi, tra studio, lavori occasionali, solitudine e legami ancora fragili, ma anche il primo passo di un percorso destinato a portarlo ad Arezzo.

L’incontro con Giovanni e la costruzione di una casa

La svolta arrivò con l’incontro casuale con Giovanni, aretino conosciuto in un locale. Il rapporto nacque con discrezione e si trasformò progressivamente in un legame profondo. Quando Nedal tornò in Giordania dopo aver terminato gli studi, Giovanni lo raggiunse, incapace di accettare una separazione prolungata. Anche la famiglia di Nedal accolse quella relazione senza considerarla un problema. La madre Halima, poco prima di morire, invitò il figlio a inseguire la propria felicità.

Il ritorno in Italia non fu però privo di ostacoli. Per mesi Nedal visse senza un permesso di studio o di lavoro, con il timore dell’espulsione. Nel 1990, la sanatoria prevista dalla Legge Martelli gli permise di regolarizzare la propria posizione. Nel diario definisce quel provvedimento una mano tesa, un riconoscimento del diritto a esistere. Anche l’ingresso nel mondo professionale fu difficile: la pelle scura e l’accento alimentavano diffidenza, mentre la sua preparazione come ottico gli consentì nel tempo di conquistare la fiducia dei clienti.

Il racconto di Nedal attraversa così quasi sessant’anni, dall’infanzia in una città colpita dalla guerra alla cittadinanza italiana e alla vita costruita in Toscana. Il lavoro, le relazioni e la capacità di resistere alle difficoltà diventano i punti di riferimento di una storia personale che non si limita alla migrazione, ma parla anche di identità, amore e riconoscimento. La casa, nel suo percorso, non coincide soltanto con un luogo: è soprattutto l’insieme dei legami costruiti nel tempo.

Attraverso la scrittura, Nedal rilegge una vita non programmata e le tappe che lo hanno condotto dalla Giordania all’Italia. Il premio ricevuto a Pieve Santo Stefano riconosce il valore della sua testimonianza, mentre il legame con Arezzo resta centrale nel passaggio da una condizione di precarietà alla possibilità di sentirsi parte di una comunità.