Il quarto centenario della nascita di Michelangelo Buonarroti, celebrato a Firenze nel 1875, rappresentò un passaggio decisivo nella riscoperta moderna dell’artista. Nel clima romantico dell’Ottocento, il maestro venne interpretato come il genio solitario, malinconico e tormentato, capace di una creatività fuori dal comune. La sua figura arrivò a incarnare il vertice assoluto delle arti figurative, un modello apparentemente impossibile da superare.
Questa visione emerge anche nell’affresco realizzato da Paul Delaroche tra il 1835 e il 1841 per l’École Nationale des Beaux-Arts di Parigi. Michelangelo vi compare seduto all’estrema destra, curvato dagli anni davanti a un gruppo di artisti fiorentini. La posizione riservata al Buonarroti sembra indicare il punto più alto raggiunto dalla pittura e dalla scultura, oltre il quale nessuno avrebbe potuto spingersi.
Le celebrazioni del 1875
Durante le celebrazioni fiorentine, il 13 settembre 1875 venne inaugurata la grande mostra allestita nella Galleria dell’Accademia. Il fulcro dell’esposizione fu il David, trasferito da Piazza della Signoria, dove si trovava dal 1504. Il 25 gennaio di quell’anno, una commissione composta da alcuni dei principali artisti del tempo, tra cui Leonardo da Vinci, Botticelli, Filippino Lippi e Perugino, aveva deciso di collocare la statua davanti all’ingresso di Palazzo della Signoria, come simbolo della forza della Firenze repubblicana.
L’esposizione ebbe un’ampia eco anche sulla stampa internazionale e contribuì alla fortuna moderna del grande artista. Per proteggere il David dalle intemperie, il 22 luglio 1882 venne inaugurata la Tribuna della Galleria dell’Accademia, progettata dall’architetto Emilio de Fabris. Nella mostra del 1875 erano stati presentati anche i calchi in gesso delle sculture michelangiolesche, arrivati da Roma, Bruges e Parigi.
La fotografia e l’eredità di Rodin
Le opere pittoriche di Michelangelo furono documentate attraverso incisioni e fotografie, strumenti che permisero di ricostruire visivamente l’insieme della sua produzione. A raccontare questo passaggio è la mostra Da Michelangelo a Rodin. Nell’obiettivo degli Alinari, curata da Rita Scartoni e visitabile fino al 6 settembre alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo.
Lo stabilimento fotografico Giacomo Brogi propose nei cataloghi di vendita successivi al 1875 alcune immagini dei calchi e vedute della Tribuna, allora ancora parzialmente allestita. Il suo archivio, formato da oltre 46mila negativi su lastra di vetro, è entrato nel patrimonio Alinari nel 1958. La fotografia ebbe così un ruolo centrale nella diffusione del mito di Michelangelo, traducendo la complessità delle sue opere nel formato bidimensionale della stampa.
La risonanza delle celebrazioni spinse anche il giovane Auguste Rodin a raggiungere Firenze nel 1876. Nel corso del viaggio studiò la Pietà Bandini, allora custodita in Cattedrale, il Bacco del Bargello, le opere di Casa Buonarroti, il David, i calchi dell’Accademia e le Cappelle Medicee. Tornato in Belgio, si ispirò alle torsioni dei nudi michelangioleschi per realizzare l’Età del bronzo. Il modello in gesso, presentato al Salon di Parigi nel 1877, fu accusato di essere stato ottenuto da un calco dal vero; il bronzo, esposto nel 1880, ottenne invece un ampio riconoscimento.
Le opere di Rodin furono a loro volta fotografate dagli Alinari. Già nel 1855 Leopoldo Alinari aveva sottolineato il peso del nome di Michelangelo sugli artisti moderni. La rilettura ottocentesca del Buonarroti influenzò profondamente la scultura tra XIX e XX secolo, mentre fotografi ed editori come Alinari, Brogi e Anderson affrontarono la sfida tecnica e interpretativa della riproduzione delle sue opere. Tra i risultati più significativi figura il catalogo Alinari del 1876, che affiancava ai capolavori conservati nei musei fiorentini anche quelli custoditi a Roma.